Consapevolezze – Kritta: “Fede, calcio, radici”

Kritta, giocatore del Lecco - Credit: Andrei Eduard Huiala | Calcio Lecco 1912
“Mamma, papà, sto tornando a casa. Ho bisogno di parlarvi”. Lo ricordo bene quel giorno. Stavo andando agli allenamenti, ero stremato mentalmente. Non ce la facevo più, non riuscivo più a sostenere tutto quel peso. Decisi di parlare con i miei genitori.
Nell’estate dopo il mio secondo anno al Ponte San Pietro ho vissuto il momento più duro della mia carriera. Stavo male. Non avevo iniziato bene il ritiro. A casa c’erano delle problematiche dal punto di vista economico. Non sapevo che fare. Pensai di intraprendere un percorso lavorativo diverso dal calcio. Quale? Non lo sapevo. Ma pensavo fosse la cosa migliore per aiutare la mia famiglia.
“Cosa devo fare? Smetto? A casa hanno bisogno di me. Devo fare di più. Ma come? Devo dire addio al calcio? Forse sì…”. La mia testa si riempiva di pensieri. Uno inseguiva l’altro, non mi lasciavano tregua. Mai. Ogni ora, ogni giorno. Avevo tanta confusione in testa. E avevo solo 18 anni. Sono sempre stato una persona matura, mi sentivo responsabile nei confronti della mia famiglia.
Non vedevo l’ora di tornare a casa per dirglielo. Senza il loro sostegno ora non sarei qua. Sono un riferimento fondamentale, mi confronto sempre con loro. La loro opinione per me è importante. E anche in quel caso è stata utile. Mi hanno salvato la vita e il futuro.
“Marwane ricorda tutti i sacrifici che hai fatto, le difficoltà affrontate per arrivare dove sei. Non è giusto rinunciare a tutto questo, non smettere”. Mi consigliarono subito di continuare, mi sostennero nel continuare a inseguire il mio sogno. Per fortuna non ho seguito la mia testa, non so che avrei fatto dopo. Ora sono qua grazie a loro, grazie a quella chiacchierata, grazie ai miei sacrifici. Sono qua per continuare a inseguire il mio sogno. Un sogno iniziato nel mio Marocco.
Sangue, terra, radici
Il Marocco è la mia terra, il mio sangue, le mie origini. Sono nato e cresciuto in Italia, ma le mia storia parte da lì. Sono legato in modo indissolubile a quel Paese, alle sue strade, alle sua tradizioni. In Marocco ci torno ogni anno, per me è una tappa essenziale. Ci sono i miei parenti, la mia storia. C’è tutto.
Ed è lì che ho mio primo ricordo con il pallone durante le mie estati da bambino. Ricordo l’anno lì in cui iniziai a giocare a calcio. C’era un parcheggi giorni fuori casa. Mettevamo delle pietre per fare le porte e passavamo le ore scalzi a giocare. Il mio viaggio è partito lì, su quella terra, con quelle partite infinite. Un’estate ci fu il Ramadan. Dopo la preghiera facemmo un torneo. Vincemmo e fu un’emozione grandissima. Fu qualcosa di organizzato al momento, c’era solo tanta voglia di condividere un momento di gioia insieme.

Fede
La mia vita ha due coordinate: la fede e la famiglia. La religione è un pilastro fondamentale nel mio percorso. Seguo tutte le cinque preghiere giornaliere previste. Mi aiuta fuori e in campo. Mi insegna come comportarmi con le altre persone, con i miei compagni, con i miei amici, con i miei genitori che per me sono fondamentali. Mi trasmette i valori e principi su cui ho fondato e fondo il mio essere e la mia persona. Mi ha reso uomo.
E poi ci sono i miei genitori, le persone più importanti per me. Mi hanno sempre sostenuto, accompagnato a tutti gli allenamenti e alle partite. Ancora oggi vengono sempre a vedermi. Mi hanno aiutato in un periodo molto difficile della mia vita. Non ho detto addio al calcio grazie a loro. Ciò che sono lo devo a papà e mamma, agli insegnamenti che mi hanno trasmesso in tutti questi anni.
Crescere
La mia storia inizia nel Bellusco, la squadra del mio paese. Dopo pochi mesi feci dei provini all’Inter e al Milan. Poi arrivò l’Atalanta, sentii che era la società giusta per me. Dopo due settimane in prova, mi presero. Mi ha formato come persona e giocatore, è una società che ti dà tanto.
Com’è stato per un bambino di sei anni essere chiamato da quelle squadre? Non seguivo molto il calcio. Solo un po’ il Milan, la squadra per cui tifavo. Ma ricordo che quando arrivò l’Atalanta mi immaginai con la loro maglia viola, non chiedetemi il perché. Poi ho scoperto che era nerazzurra. Sono andato via a 14 anni, non è stato facile. Sognavo di arrivare in A e arrivarci con i nerazzurri. Ma è stato un viaggio bellissimo. A Zingonia sono entrato che ero un bambino. È stata una scuola. Una scuola di valori, educazione. Atalanta significa filosofia e principi, significa un luogo che ti forma come sportivo e uomo.
L’addio? Mi mandarono via prestito per il fisico, ero piccolino. Ero consapevole dei miei mezzi e conoscevo le mie qualità tecniche. Non l’ho vissuta troppo male, sapevo che sarebbe arrivato il mio momento. Accettai la loro decisione e andai due anni alla Giana. Poi cambiai e scelsi Monza. Una stagione difficile, giocai poco. Mi è servito. Ho dato comunque tutto, non ho mollato e non ho rimpianti. L’Atalanta al termine di quel campionato mi propose di andare in Primavera a Lecco o di andare in D al Ponte San Pietro. Scelsi la seconda, volevo allenarmi con i grandi. È stata la decisione migliore per il mio percorso.

Calcio
I sacrifici fatti? Ho sempre impostato la mia vita sul calcio. Non uscivo a divertirmi con i miei amici, ho dato tutto per questo sport. E in questo la religione mi ha aiutato molto. Penso di essere un ragazzo maturo. La mia maturità nasce dall’educazione dei miei genitori. Serietà, lealtà, onestà: chi sono adesso lo devo ai loro insegnamenti e al loro esempio.
Dopo quella chiacchierata con loro non mi sono più fermato. La testa era libera, la strada percorrere era chiara. Quella stagione feci bene, poi non riuscii a fare il salto nei professionisti. Il mio passaggio in C fu vicino, ma saltò. È arrivato quest’estate a Lecco.
Un’estate movimentata. Sono partito a maggio per il Marocco. Dopo due settimane arriva la chiamata dell’Entella. Il giorno dopo torno in Italia e vado a Chiavari, dove faccio 5 giorni di prova. Una volta terminati, torno in vacanza. A fine giugno c’è un interessamento dell’Altamura. A metà luglio vado lì per qualche giorno. Nel viaggio di ritorno il mio procuratore Bruno Di Napoli mi dice di andare a Veronello in ritiro con il Lecco. Tempo di arrivare a casa e sono ripartito. Alla fine ho firmato qui.
Come l’ho vissuta questa incertezza? Dentro di me c’era un solo obiettivo: andare nei professionisti. L’anno prima c’erano state tante voci. “Ti vogliono di qua, ti vogliono di là”. Alla fine rimasi a Ponte San Pietro. Quest’estate volevo riuscirci. Dovevo riuscirci.
Prospettive
Il momento della firma è stato bellissimo. In quella firma c’era dentro tanto. Tutto. Le prime volte con il pallone in Marocco, i sacrifici fatti, l’idea di smettere, quella sera con i miei genitori… per quell’idea stavo per rovinare tutto. Le immagini più belle di quest’anno? Il primo gol tra i professionisti contro l’Arzignano. Pensavo di farne al massimo uno, segnare dopo poche partite alla mia seconda da titolare è stato un sogno. E poi il rinnovo, ringrazio tutto il club per la fiducia.
Istantanee che mi hanno permesso di riguardarmi dietro, riguardarmi dentro.
Se sono qua è grazie anche all’essere stato scartato dall’Atalanta, il poco spazio di Monza, le problematiche affrontate. È nelle difficoltà che ci si conosce, si cresce, diventa uomo. Se guardo avanti ho due sogni: giocare in A ed esordire con la Nazionale. Nel futuro mi vedo con una maglia rossa addosso e devo fare tutto il possibile per arrivarci.
E dico un grazie. Grazie ai miei genitori per quella chiacchierata. Grazie per non aver mollato. Grazie a me stesso per essermi dato l’opportunità di continuare a credere nel mio sogno. Grazie.