Credit: Novara
“Se puoi sognarlo, puoi farlo”, questa volta però non parliamo di favole, ma di una splendida realtà: Marco Marchionni, un fischietto e una panchina. Un allenatore alle prime armi, che ha già messo in mostra il suo talento, il suo pensiero. Un campionato appena concluso da vincitore, per presentarsi al meglio al mondo delle panchine, riportando il Novara nel professionismo. Un uomo umile, pronto sempre a far emergere gli altri: “Vincere fa sempre piacere e bisogna fare i complimenti a chi era con noi lo scorso anno. Il presidente ha le idee chiare e vuole fare un campionato importante. Faremo di tutto per esaudire il suo desiderio“.
Poi una battuta sui suoi colleghi del girone A, tutti ex Serie A: Tacchinardi, Biava e Dossena. “Ognuno avrà le sue gioie e i suoi dolori. Il passato è il passato, ora mi devo concentrare sul presente. Gli auguro di fare un buon campionato”.
Il calcio si gioca con i piedi, ma soprattutto con la testa. L’allenatore del Novara ha due maestri in particolare: “Prandelli e Baldini sono gli allenatori da cui ho appreso tanto. Tanti insegnamenti che mi hanno permesso di crescere durante la mia carriera. Consigli da non dare soltanto ai ragazzi, ma anche ai più esperti. Tutti ne hanno bisogno.” A proposito di Baldini e del suo addio al Palermo: “Bisogna esserci dentro per capire determinate cose. Ha fatto una grande cavalcata lo scorso anno e la sua scelta va rispettata”.
Dalla mentalità alla tattica, Marchionni di certo non può definirsi un’integralista: “Nel calcio di oggi è impossibile avere soltanto un’idea di gioco, bisogna adattarsi all’avversario, altrimenti risulti scontato. Bisogna cambiare in base agli avversari che si hanno di fronte. Squadre diverse, giocatori diversi e caratteristiche diverse”.
L’avventura di Marchionni alla Juventus non è iniziata in un bel periodo, l’estate di Calciopoli. Ha giocato in Serie B a tu per tu con i campioni. “Cosa ho imparato in bianconero? Alla Juventus si respira l’aria di vittoria. Si lavora per quello scopo, mi hanno insegnato questo. È una società che non si accontenta mai, che acquista giocatori forti e forma campioni“. A proposito di fuoriclasse, anzi in questo caso leggende, Marchionni è stato uno dei protagonisti della vittoria della Juventus al Bernabeu (0-2)in Champions League, famosa per la standing ovation a Del Piero. Era il 5 novembre del 2008, una serata fredda, riempita però dal calore dei tifosi e da un intero stadio a rovinarsi le mani per un avversario: “Come l’ho vissuta? È stato un privilegio vivere quella emozione e giocare quella partita dal primo minuto. Sono quei sogni che fai da bambino. L’applauso dello stadio ad Alex mi ha fatto capire che bisogna lavorare molto per essere i migliori e solo i migliori possono provare quelle sensazioni“.
Marchioni ha le idee chiare, le ha sempre avute, anche da giocatore. E alla domanda “marzulliana” se si è sempre sentito allenatore o se lo è diventato nel tempo, non ha esitato neanche un secondo: “Mi è sempre piaciuto fare l’allenatore, anche in campo. Ho sempre pensato a questa possibilità, per me è importante il terreno di gioco, non la scrivania. La cosa che mi piace di più di questo mestiere? Aiutare i ragazzi ad esprimersi, tirare fuori le loro doti. Un allenatore può darti un concetto, ma la cosa più importante è far capire ai ragazzi di essere utili e far emergere le loro qualità”.
Poi conclude con una promessa ai suoi tifosi: “C’è poco da dire ma tanto da fare. L’anno scorso abbiamo fatto qualcosa di importante, ma va messo già tutto nel dimenticatoio e provare a dargli altre gioie che si meritano”.
A cura di Antonio Salomone
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